"Un giorno, altrove, saprò chi sei" (RR)
... e soprattutto dove ci sta portando, noi tutti, insegnanti e studenti? Facciamo parlare di noi, gente della scuola, solo quando combiniamo qualcosa di grosso... E tutto il lavoro, il delicato difficile paziente interminabile lavoro quotidiano, che non lascia scampo, il lavoro di insegnare inseguire consolidare consolare accrescere accreditare correggere conoscere... tutto questo, e altro ancora, che fine fa? Io amo il mio lavoro, è bellissimo, ma ogni giorno mi rendo conto che nulla può essere improvvisato.
Oggi ne abbiamo bocciati due. Non sono decisioni che si prendono a cuor leggero, non sono cose che si lasciano nel cassetto coi libri di testo e con il registro personale ormai sfasciato da nove mesi di lenta usura. Io quei due me li sono portati a casa, sono qui con me anche adesso, e non poso fare a meno di pensare a come possono sentirsi in questo momento, a che cosa passa nelle loro teste, al clima che regna nelle loro famiglie. Ma quali sono le alternative, ammesso che ce ne siano? Li penso e spero che il dolore passi, spero che ci sia, per loro, una scelta migliore, che questo serva per cambiare la rotta o almeno per raddrizzarla un po'.
Intanto vorrei fare qualche progetto, ma il Sistema mi dice che non posso, perché non so dove insegnerò, a settembre. Tutto questo perché continuità didattica, rapporto interpersonale, programmazione sono belle espressioni, ma nella realtà dei fatti siamo dei numeri, nel Sistema.
Ma io non mi arrendo.
Dare un senso alla sofferenza la rende più accettabile? Forse no, forse è meglio pensare che non ci sia alcun senso nella tragedia, individuale o di massa che sia.
Secondo Shakespeare, Bruto considerava Cesare, tutto sommato, una brava persona. Andava però soppresso in funzione preventiva: per evitare che, giunto in cima alla scala, puntasse alle nuvole...